Archiviato in: informazione, scleri del quotidiano vivere | Tag: ucraina; estate; speranza; progetti; ottimismo; Gorodni
Era ormai notte inoltrata, e i miei occhi che avrebbero dovuto essere chiusi da un pezzo, non si stancavano di scrutare il paesaggio circostante, potevo osservare dalla fine della carreggiata sulla quale transitava il pullman, sino all’ orizzonte, sia dal lato destro, sia dal lato sinistro della strada, che s’insinuava monotona e senza una curva attraverso grandi verdi pianure, alle volte attraversando tratti di foresta di betulle, alle volte banchi di fitta nebbia. Si presentava così la steppa ucraina, un’ enorme piatta distesa di erba, interrottà a tratti da ampi boschi di latifoglie, a tratti da rigagnoli e da fiumi di dimensioni più modeste. I grossi buchi presenti nell’ asfalto non mi permettevano di prendere sonno e i sedili di quel pullman ormai più che decennale erano tanto scomdi da non permettermi di trovare un’ adeguata posizione per coricarmi, ogni tanto mi distraevo dal paesaggio esterno per dedicarmi ai visi dei miei sconosciuti compagni d’avventura, anch’ essi stanchi e provati dal viaggio. La mente era occupata da pensieri che spaziavano dall’ angoscia alla malinconia, dalla curiosità all’ insicurezza, conditi però da una voglia di innovazione e buona volontà; d’altronde non sapevo cosa mi sarebbe aspettato, e in più questa volta ero solo, non c’era ne un viso amico, ne un volto conosciuto su quell’ pullman. La strada e il paesaggio fecero da anteprima a quello che avrei trovato una volta arrivato all’ internat. Quando feci l’ingresso dal cancello principale era ormai quasi mattina, e mi trovai dinnanzi ad un cortile-giardino mal tenuto, la poca luce dell’ alba che iniziava a sorgere filtrava attraverso le piante circostanti, permettendomi di capire a grandi linee dove avrei dovuto vivere per più di tre settimane; gli edifici che sorgevano altro non erano che cupi, vecchi e grigi cubi di cemento, adibiti ad un ruolo non più felice, quello di ospitare in massa bambini e ragazzi, alcuni strappati alla propria vita, altri gettati la dentro in età ancora infantile, quasi fosse una discarica per infanti indesiderati e fastidiosi, messi al mondo senza uno scopo.
Iniziava così l’avventura che da tempo ambivo provare, sommersa dalla curiosità e smorzata gia inizialmente dalla tristezza che aleggiava nel posto, tristezza indotta dalla povertà della gente e del territorio, schiacciati entrambi da uno stivale rosso con la suola pesante e dal tacco marcato, tristezza che nelle giornate seguenti con il chiaro del giorno avrei potuto toccare con mano.
L’internat dove ho preso parte ai lavori di ristrutturazione è sito nella cittadina di Gorodnia nella regione di Cernigov, caratterizzata da graziose catapecchie in legno, storte, piegate dal tempo e dagli eventi atmosferici, naturalmente termoautonome grazie all’ ausilio di una stufa a legna incassata nel muro, unica fonte di calore per affrontare i -20 gradi di media dei rigidi inverni. Le strade sono mal asfaltate, alcune ancora sterrate, il sistema di drenaggio dell’ acqua piovana è inesistente e l’iiluminazione serale non è garantita in tutte le vie, e dove ci sono i lampioni restano accesi a tratti di 15 minuti.
Camminando lungo le vie si notano parecchi pozzi dove la gente si procura l’acqua che beve, e che usa per vivere. Gli animali da cortile la fanno da padrone, non è insolito incontrare galline o simili, capre e vacche che intralciano il passaggio alle poche automobili arrugginite e scoppiettanti che circolano sulla strada.
Nella piazza della cittadina s’innalza su d’un marmoreo piedistallo la stauta bronzea del vecchio Lenin in posizione trionfale e spavalda, ma che ironicamente e passato da padre della rivoluzione ad essere un dimenticato, attonito, osservatore dello stato d’animo della gente e dei luoghi consumati dalla fine del regime, ma ancora conteplato da qualche nostalgico che di rado getta uno spoglio mazzo di fiori ai suoi piedi.
…To be continued…
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